LA CRISI DEI SEMICONDUTTORI

Chi campeggia questo mare magnum di produttori? Sicuramente Taiwan, grazie all’elevata presenza di aziende sul territorio.

È stata addirittura lanciata un’inchiesta dalla procura taiwanese contro la compagnia cinese Bitmain Technologies, leader nello sviluppo di chip destinati al mining di criptovaluta, per aver effettuato un reclutamento illegale di 100 ingegneri taiwanesi in un settore che Taipei considera strategico e sull’accesso al quale ha posto limitazioni.  Leader nella fornitura di chip, mette in imbarazzo gli altri Paesi, che a causa del Covid e il rallentamento della produzione, oggi si ritrovano senza alcun fornitore disponibile, perlomeno nel breve termine.

Tradizionalmente, il design dei microprocessori è stato dominato da pochi colossi americani, da tempo presenti in questo settore. Giusto per citarne alcuni vediamo la Intel, che rimane il primo produttore mondiale di semiconduttori, ma l’azienda californiana, deve prendere atto di nuovi concorrenti non necessariamente americani.

Ibm, storicamente presente nel mercato dei computer e dei semiconduttori sin dagli anni ’50, ha lanciato la linea di processori Power negli anni ’90. Nel 2021, il Power 10 avrà non meno di 48 core per una potenza di calcolo adattata alle esigenze dei grandi data, ovvero l’elaborazione di massa di dati giganti generati da Internet 3.0.

Advanced Micro Devices (Amd) è un altro storico produttore americano di semiconduttori, microprocessori e schede grafiche.

Chi attualmente domina il mercato dei processori per schede grafiche (unità di elaborazione grafica, GPU) è l’azienda americana Nvidia.  Secondo i maggiori analisti del settore, Nvidia ha rappresentato non meno del 69% della domanda di processori grafici nel quarto trimestre del 2019. Amd e Intel sono molto indietro. Ma queste due aziende compensano competendo per il mercato dei processori per macchine (CPU) su cui continuano ad avere l’egemonia. Con l’arrivo degli smartphone nei primi anni 2000 il mercato dei semiconduttori ha di certo subito una rivoluzione.

L’azienda Apple, è in procinto di stravolgere la gerarchia dei progettisti di processori per telefoni cellulari, ma anche laptop, sin dal rilascio del processore A7, che equipaggiava l’iPhone 5s. Da allora, le serie A8, 9, 10, 11, 12 e 13 hanno dimostrato che Apple ha ora il pieno controllo della tecnologia associata alla progettazione di processori multi-core sempre più efficienti.

Cosa accomuna queste aziende? Tutte le società americane sopra citate delegano gran parte delle loro attività produttive a subappaltatori.

Qualcomm o Nvidia sono anche aziende in un certo senso virtuali, cioè senza fabbriche. Subappaltano la loro produzione ad altri colossi del settore, come la STMicroelectronics europea (franco-italiana), che impiega 46.000 persone in tutto il mondo, o la taiwanese Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) o UMC (United Microelectronics Corporation) che sono i principali fornitori di Nvidia o Qualcomm.

Anche Apple delega parte della sua produzione a Foxconn Technology, ufficialmente Hon Hai Precision Industry Company Ltd., un gruppo industriale taiwanese specializzato nella fabbricazione di prodotti elettronici. Questo dimostra come Taiwan tenga in pugno grandi colossi americani. Ma vediamo qualche dato: mentre il mercato dei microchip è cresciuto dell’8% nel 2020 a circa 480 miliardi di dollari, la spesa in ricerca e sviluppo del settore è cresciuta del 5% fino a un record di 68,4 miliardi di dollari secondo i maggiori analisti.

E il comparto automobilistico come vive questa situazione?

La crisi dei semiconduttori ha sconvolto in gran parte il settore auto, ponendo le case automobilistiche di fronte a una scelta netta: pagare, accumulare scorte o rischiare di rimanere bloccati in disparte mentre i produttori di chip si concentrano su attività più redditizie altrove. Le case automobilistiche, tra cui Volkswagen, Ford e General Motors, hanno ridotto la produzione poiché il mercato dei chip è stato completamente svuotato dai produttori di elettronica di consumo come gli smartphone, i clienti preferiti dall’industria dei semiconduttori perché acquistano chip più avanzati e a più alto margine. La carenza di semiconduttori – un moderno veicolo elettrico contiene più di 800 dollari di silicio – ha messo in luce il distacco tra un’industria automobilistica abituata da decenni alle consegne all’ultimo minuto e una catena di fornitura dell’industria elettronica che non può più piegarsi alla sua volontà. Le case automobilistiche stanno rispondendo alla carenza facendo pressioni sui governi affinché sovvenzionino la creazione di una maggiore capacità di produzione di chip. Il presidente e Ceo del produttore di chip franco-italiano STMicroelectronics, Jean-Marc Chery, prevede che i limiti di capacità interesseranno le case automobilistiche fino a metà anno. “Fino alla fine del secondo trimestre, l’industria dovrà cavarsela con un livello di scorte ridotte”, ha detto Chery in una recente conferenza di Goldman Sachs.

 


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